2. PAVIA - VARZI

73,4 km - disl. 1116 m

 

Mappa realizzata grazie a Google Maps

 

Un po' perché è tradizione domenicale, un po' perché il mio sonno arretrato è comparabile al debito pubblico italiano, sono uscito dal mio albergo alle 9,25, e da Pavia un'ora più tardi. Il cielo in città è lattiginoso, quindi foto pochine, sperando che sulle colline vada meglio. Fortunatamente sarà così, ed è probabilmente per questo motivo che per la prima volta non taglierò neanche un centimetro dell'itinerario nell'Oltrepò programmato a tavolino. La luce ideale per l'assenza di foschia mi consente di ammirare a più riprese bellissimi paesaggi fatti soprattutto di vigneti. Il percorso, che tocca Sgarbina, Arpesina, Fortunago, Costa de' Cavalieri, Valverde, presenta un saliscendi incalzante, con pendenze anche ardite, attorno al 12-13%, su alcuni tornanti. La sede stradale è quasi sempre stretta, ma l'asfalto è in condizioni accettabili e il traffico modesto. A Costa de' Cavalieri, località alquanto panoramica, un signore, una volta che a causa del suo dialetto ho scoperto che è un milanese, ma da tempo trasferitosi lì, in nome della sua passione per la bicicletta è contento di sapere che sia Doniselli che Rossignoli, storici negozi milanesi, esistono ancora e godono di buona salute commerciale. In virtù della succitata panoramicità del sito, m'illudevo che le salite fossero tutte alle mie spalle, e invece mi toccava ancora la Cima Coppi provvisoria di questo ciclogiro, ben sopra i 700 metri di quota. Dopo lo scollinamento, tuttavia, gli ultimi 7 km offrono una discesa senza ripensamenti. Il dislivello di giornata ha superato disinvoltamente i 1100 metri. La meta eletta è Varzi, dov'ero già stato 9 anni fa nell'unico albergo della città, di cui ricordavo l'eccellenza della cucina. Ricordavo assai bene: un tagliere di salame locale con torta fritta (definizione parmigiana, non so se qui la chiamano così), e un vasto piatto di pappardelle con ragù di cinghiale mi hanno reso felice, anche se la mia pancia, mentre son qui che picchietto sull'iPad, mi rende difficoltoso il raggiungimento della barra spaziatrice, ben nascosta dietro l'esuberanza del mio addome. Ma la bicicletta risolverà nelle prossime settimane anche questo problema. A dispetto della mia preparazione fisica approssimativa, per non dire inesistente, fin qui sto soffrendo poco, quasi niente. Va detto che nel mio vocabolario "soffrire" in bici significa desiderare con tutta l'anima di trovarsi ovunque, perfino in una discoteca a 6000 decibel (come quelle che il mio vicino di tavolo al ristorante di ieri sera doveva frequentare assiduamente, a giudicare dal volume della sua voce da Guiness dei primati, pari solo alla sua molesta maleducazione), ma non lì su quella bici e in quel posto.

 

 

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