I "CICLOGIRI CLODIANI" DAL 1985 AD OGGI

 

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INDICE DEI VIAGGI

1989 - Italia del nord
1990 - Italia del nord e centrale
1991 - Italia del nord e centrale
1992 - Italia del nord e Svizzera
1993 - Italia del nord e centrale
1995 - Italia del nord e Svizzera
1996 - Italia del nord e centrale
1997 - Italia del nord, centrale e del sud
1998 - Svizzera
1999 - Francia del sud e Spagna del nord
2000 - Francia centrale (Loire)
2001 - Piemonte, Liguria e Alpi francesi
2002 - Italia centrale
2003 - Francia nord-orientale (Alsace)
2004 - Italia centrale
2005 - Francia (Provence, Bretagne, Normandie...)
2006 - Italia nord-orientale e Svizzera (Grigioni)
2007 - Francia del sud, Andorra e Spagna del nord

2008 - Italia del nord e centrale
2009 - Francia del Nord e Svizzera

2010 - Da Milano a Lecce e ritorno
2011 - Italia centrale
2012 - Italia settentrionale
2013 - Francia del sud
2014 - Italia del nord e centrale
2015 - Francia del sud

 

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Nota sulle fotografie-
Fino al 1998 ho usato una Nikon FE2, dal 1999 rimpiazzata con una Nikon F70. Le ottiche: dal 1989 al 1998 ho utilizzato uno zoom Nikkor AF 35-70 macro 3.3-4.5, dal 1999 al 2003 uno zoom Nikkor AFD 28-80 3.5-5.6, dal 1995 al 2003 uno zoom Nikkor AFD 70-210 4-5.6; dal 2004, ho sostituito gli zoom con le ottiche fisse: Sigma 24 1,8 EX, Nikkor 35/2, 50/1.8, 105/2.8 micro, 200/4 AI. Le pellicole: diapositive Kodak 100 ISO per tutti i viaggi escluso quello del 1999, durante il quale ho utilizzato le Fuji Velvia 50 ISO. Tutte le foto sono state digitalizzate con uno scanner Minolta Scan Dual III, e compresse per il web in formato jpg. Dal 2005 ho adottato una reflex digitale, la Nikon D70, e ho aggiunto al corredo delle ottiche il Tokina 17/3.5 e il Sigma APO II 70-300. Dal 2007 sono passato alla Nikon D200, e nel 2008 ho sostituito il Sigma 70-300 con un omologo Nikon stabilizzato. Nel 2009 ho preso la Nikon D700, il Nikkor 14-24 e il 50 AF-S 1,4. Nel 2011 ho rimpiazzato il 50 e il 35 con il 24-70. Nel 2013 ho acquistato la Nikon D800 e lo zoom 70-200 4.

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Web www.claudiocolombo.net
 

 

I collegamenti alle fotografie sono in marrone. Chi vuole vedere solo le fotografie può partire da QUI. (All the pictures starting from HERE)

 

 

Non ho la patente di guida, e me ne vanto. Vivo a Milano, che è una città ideale per la bicicletta, essendo tutta in pianura, ed essendo il traffico automobilistico così intenso, in ogni giorno della settimana e ad ogni ora del giorno e della notte, che per andare da un punto all'altro qualsiasi della città ci mettereste di meno a piedi che non in automobile. Camminare è bello, a me piace molto, ma se ho un po' di fretta, accorcio volentieri i tempi prendendo la bici, anche quando piove: basta proteggersi come si deve.


All'inizio degli anni '80 ho cominciato a maturare l'idea di provare ad estendere l'uso della bici al di fuori dei confini comunali e al di là dell'uso quotidiano, adombrando il progetto di una vacanza di 2-3 settimane in giro per l'Italia. Il progetto si è concretizzato nel 1985 nelle forme del "1° CICLOGIRO CLODIANO", un itinerario di 18 giorni con tappe a Viadana (MN), Vigarano Mainarda (Ferrara), Bologna, Sant'Arcangelo (FO), Sansepolcro (AR), Assisi, Terni, Rieti, L'Aquila, Tagliacozzo (AQ), Tivoli, Viterbo, Orvieto, Arezzo, Pistoia, Silla (BO), Lesignano de' Bagni (PR), Milano.

Avevo prenotato telefonicamente con largo anticipo gli alberghi nelle località di tappa, per risparmiarmi l'ansia di non riuscire a trovare un posto dove dormire, ma mi accorgerò in seguito che questa strategia è totalmente sbagliata: una camera si trova sempre, mentre invece è molto meno sicuro che si riesca a raggiungere in tempo utile la località dove avevate prenotato l'albergo. Un temporale, un incidente meccanico, una salita imprevista, e ci si troverà a decine di chilometri dalla meta mentre il sole già è prossimo al tramonto.

Delle gioie e dei tormenti del cicloturismo non sapevo nulla, se non quel poco che avevo letto su un libro. Avevo pensato a come difendermi dalla pioggia, ma non essendomi mai capitato di trascorrere una giornata intera in bicicletta, o addirittura due o più giornate consecutive, non mi ero affatto curato di quali guai potesse comportare l'esposizione prolungata ai raggi solari. Risultato: ustioni di secondo grado alla mano destra, oltre a scottature varie, ma più lievi, alle braccia, alle gambe e sulla mano sinistra. La mattina del quarto giorno, accompagnato da un'amica che mi aveva ospitato, mi sono recato all'Ospedale Maggiore di Bologna dove il medico che mi ha curato non voleva credere che mi fossi scottato in quel modo soltanto a causa del sole. Ho acquistato dei guanti di cotone in farmacia, e sono ripartito. Giunto a Sansepolcro al termine della quinta tappa, e avendo constatato che la mano non mi doleva più, ho rimosso la fasciatura e subito si è palesata, sul dorso della mano, una bolla gigantesca. Sono andato immediatamente al vicino ospedale, dove mi hanno bucato la bolla, rimedicato, praticato un'iniezione di antitetanica, e consigliato di tornarmene subito a casa e di sottopormi a una nuova medicazione quotidiana nei giorni a venire presso un pronto soccorso. Ho obbedito, anche perché la prospettiva di girare l'Italia in bici allo scopo di misurare l'efficienza degli ospedali della penisola non mi allettava più di tanto, già due mi sembravano tanti, in cinque giorni di viaggio. Ma il medico di guardia al pronto soccorso qui vicino a casa mia, 24 ore dopo, mi ha detto che per lui ero già guarito, e lo stesso parere ha espresso, poi, anche il medico di famiglia. E allora, questa volta opportunamente protetto da guanti, maniche e pantaloni lunghi, sono ripartito, ricongiungendomi dopo sei giorni all'itinerario originale in corrispondenza della splendida Viterbo.

Ho ricordi un po' vaghi di quel viaggio, e sono legati più all'aspetto ciclistico che a quello turistico. Per esempio rammento bene le fatiche della prima vera salita, il Passo di Viamaggio (poco più di 900 metri di altitudine), che conduce a Sansepolcro, ma la stanchezza fisica e la preoccupazione di arrivare per tempo ogni giorno al luogo di tappa prefissato mi facevano spesso dimenticare che ero in vacanza, e quindi la possibilità di sdraiarmi all'ombra di un albero dopo qualche ora di bici mi appariva molto più attraente dell'occasione di visitare una chiesa, o di passeggiare per i vicoli di un borgo antico. Il mio primo viaggio, quindi, ha avuto semplicemente la funzione di abituare il mio organismo a quel tipo di fatica, e di farmi capire se veramente avevo l'intenzione di riprovarci, oppure se ne avevo avuto abbastanza. Alla fine, percorsi circa 1800 km suddivisi in 16 tappe. (Foto 1, 2)

La mia bicicletta era una "gran turismo" della Bianchi, modello "Ghisallo", una bellissima bici che ancora oggi uso per spostarmi in città, nonostante i suoi oltre 25 anni di onorato servizio. I rapporti: 50 e 44 le moltipliche, 14-16-18-20-22 i pignoni. Rapporti troppo duri per le salite, soprattutto se affrontate con i bagagli appresso, e infatti successivamente apporterò una modifica. Per i bagagli, una coppia di borse laterali posteriori dedicate, abbastanza piccole, e una genericissima borsa da ginnastica collocata sopra il portapacchi e ad esso legata tramite un cavo elastico, per un peso complessivo che probabilmente non raggiungeva i 10 kg.

Due anni dopo, avevo deciso che volevo riprovarci. Nella primavera del 1987 ho affidato la mia bicicletta a un meccanico per modificare i rapporti del cambio. Il meccanico era bravissimo, ma abnormemente lento. A sentir lui, aveva da riparare tutte le biciclette di Milano, e la mia continuava a passare in fondo alla coda. Alla fine, dopo oltre un mese di attesa, mi ha restituito il mio agile destriero con un 27 al posto del 20. Riepiloghiamo: 14-16-18-22-27. Davanti, sempre 50 e 44. Invece di collaudare la bici, ho preferito beccarmi un'influenza fuori stagione (ai primi di giugno, che schifo di idea), così sono partito senza uno straccio di allenamento nelle gambe. A questo proposito, dirò che dal 1988 a oggi ho patito solo un'influenza, in tutto un giorno a letto con la febbre, nel febbraio del '99 (un malanno preso quasi certamente in una serata alla Scala durante la quale gli spettatori ostentavano così rumorosamente i loro terrificanti problemi di salute che il pianoforte di Maurizio Pollini stentava ad arrivare fino al loggione attraverso la fittissima cortina dei colpi di tosse). Mi piace pensare che questa quasi totale immunità io la debba alla bicicletta. La bicicletta è salute, fisica e mentale. Dopo una giornata di bici l'umore è frizzante, e il mal di gambe, quando c'è, passa subito e cede il posto a un gradevole senso di leggerezza. E la gioia di un piattone di brasato con la polenta gustato dopo aver macinato una manciata di passi alpini ha pochi eguali nella rosa delle possibili esperienze umane. Il brasato con la polenta si lascia mangiare volentieri anche dopo aver passato la giornata sprofondati in una poltrona, magari a guardare una tappa del Tour alla tv, ma non è proprio la stessa cosa.

Nel 1987 ho inaugurato la buona abitudine di tenere un diario di viaggio. A ciò debbo oggi la possibilità di ricostruire gli itinerari percorsi in tutti questi anni (con l'eccezione, come vedremo, del 1989).

 

CICLOGIRO 1987 - Partenza il 25 giugno

TAPPA N° 1 - Milano-Casale Monferrato, km. 105
(all'epoca non disponevo di un ciclocomputer, pertanto le distanze percorse sono state calcolate sulle cartine)
Da ricordare Vigevano e la sua splendida Piazza Ducale. A parte Vigevano, il percorso, interamente pianeggiante, risulta un tantino noioso. A Casale, tanto per sfumare il senso del distacco, ho alloggiato all'Albergo Milano.

TAPPA N° 2 - Bossolasco, km. 106,5
Da Casale, si giunge ad Asti percorrendo una bella strada collinare (1, 2) che lambisce le località di Ozzano, Moncalvo e Calliano. Ad Asti ho incautamente imboccato la statale 231 per Alba, molto trafficata, e pure sferzata da un forte vento contrario. Poi da Alba sono salito a Bossolasco per una bella strada di 28 km., statale 29. Peccato che a metà percorso si sia messo a piovere.
Si è fatta sentire la mancanza di allenamento: all'arrivo ero stremato.

TAPPA N° 3 - Ovada, km. 126,5

Dopo alcuni chilometri dal profilo modestamente irregolare, la strada scende quietamente a Montezemolo, dove si imbocca la statale per Savona, presto abbandonata per dirigersi verso Dego. Da qui si prende la statale 542, che nei primi chilometri è molto impegnativa, con una salita dalle pendenze assai severe, ma poi, dalle parti di Giusvalla, spiana. Si scende a Sassello, dove fanno gli amaretti (e vi assicuro che li fanno proprio bene), e si prosegue verso Palo, al culmine di un'altra salita alquanto tosta. Eccetto un altro strappo nei pressi di Tiglieto, fino a Ovada è tutta discesa. Nella foto scattata a Giusvalla, si può notare, oltre alla splendida eleganza della mia bicicletta, la soluzione che avevo adottato per tenere sott'occhio l'itinerario: un cartellino con il profilo altimetrico della tappa del giorno, appeso al telaio. A partire dal viaggio successivo, opterò per un cartellino infilato nel portafogli, a sua volta appeso al collo.

TAPPA N° 4 - Torriglia, km. 81
Sotto un bel sole caldo percorro la cosiddetta Strada dei Vini dell'Alto Monferrato, che passa da Gavi. Le fatiche degli aspri saliscendi vengono compensate dalla bellezza del paesaggio, ove dominano i vigneti sulle colline spesso disposte scenograficamente ad anfiteatro. La statale dei Giovi, poi, è assai meno interessante, ma per fortuna c'è poco traffico, grazie alla vicinanza dell'autostrada. A Busalla, poco prima del Passo dei Giovi, svolto verso Torriglia, per una strada non particolarmente affascinante, e al termine di una salita pedalabile arrivo a destinazione a metà pomeriggio.

TAPPA N° 5 - Bedonia, km. 91,5
La statale 45 mi porta, dopo una leggera ascesa seguita da un'altrettanto lieve discesa, a Montebruno, dove chiedo com'è la strada per Barbagelata. "Bella" mi viene detto, "panoramica...c'è un pochino di salita, si va su fino a 1100 metri...". Incasso il colpo con disinvoltura, ma intanto comincio ad imparare due lezioni: mai fidarsi troppo delle cartine, neanche di quelle eccellenti del TCI che uso da sempre, quando si tratta di strade secondarie, e mai fidarsi troppo della gente del posto quando ti parla delle caratteristiche delle strade. Nessuno pensa ai ciclisti. C'è un mio amico che in 40 anni non si è mai accorto che tra Milano e Venegono Superiore, dove lui spesso si reca nei week end, ci sono oltre 200 metri di dislivello. Ho dovuto dirglielo io. Per forza, lui c'è sempre andato in macchina, oppure in treno. Barbagelata è un paesino di due o tre case, a 1115 metri di quota, e la strada che ci passa non è per niente panoramica. Dopo le pendenze da alpinismo della salita, ecco una bella discesa di quelle che ti permettono di consumare completamente i pattini dei freni, su una sede stradale larga come una pista per le biglie. Fortunatamente, ben presto si svolta a sinistra per entrare nella valle del Torrente Aveto, che discende dolcemente verso Parazzuolo. Da qui una bella strada conduce, in una ventina di km, a Borgonovo Ligure. Qui comincia l'ascesa al Passo del Bocco (860 m slm), lunga 15 chilometri e mezzo. Fa caldo. La successiva discesa verso Bedonia è molto gradevole.

TAPPA N° 6 - Castelnuovo Garfagnana, km. 127,5
Peccato per la foschia, perché la strada che conduce a Borgotaro è davvero bella. Come pure gradevolissima, anche ciclisticamente, è la successiva salita al Passo del Brattello (953 m slm). La discesa si snoda, almeno nei primi chilometri, attraverso un bellissimo bosco. Me lo ricorderò più avanti, dopo Aulla, quando il caldo si farà opprimente lungo la strada che sale fino alla Foce Carpinelli (842 m slm) per poi scendere a Castelnuovo Garfagnana. Come ci si difende dal caldo? Per me l'unico sistema è cercare di non pensarci troppo. Il vero nemico del cicloturista è, semmai, il freddo. Il mio abbigliamento: una maglietta di cotone a maniche lunghe, un paio di guanti di cotone, pantaloncini da tennis (scelta insolita, lo so), calze e scarpe sportive, berretto di cotone. Ho quasi sempre indossato maglie bianche, per farmi notare di più (non per narcisismo, ma per ridurre il rischio di venire travolto, soprattutto in galleria).

TAPPA N° 7 - Silla, km. 110,5
Chi ama la sofferenza, da Castelnuovo può dirigersi verso San Pellegrino in Alpe, per una stradina in più occasioni compresa nel tracciato del Giro d'Italia. Chi ama la natura, invece, opterà, come ho fatto io, per la ben più tranquilla e panoramica strada del Passo delle Radici (1529 m slm). La distanza prevista era di 31 km., e io sono arrivato al trentunesimo chilometro in condizioni smaglianti, contando però di scollinare immediatamente. E invece c'erano altri miseri 500 metri di salita, che mi hanno fatto crollare di schianto. Non avevo ancora imparato che se sei un cicloturista non è affatto un disonore mettere un piede a terra per rifiatare quando ti sembra che le energie stiano per abbandonarti, anche se la fine della salita è lì a pochi metri. Per fortuna sul colle c'era un ristorante, presso il quale ho potuto riempire di nuovo il serbatoio (1, 2). Nella discesa, il deplorevole stato di degrado del manto stradale mi ha creato non pochi problemi, e non è un caso se dopo aver preso in pieno una buca ho forato la gomma anteriore. Perdo mezz'ora per la riparazione, e riparto alla volta di Pievepelago, dove inizia la salita dell'Abetone (1388 m slm). Bel posto, indubbiamente. Ma io, invece di godere delle bellezze naturali del sito, sono alle prese con il secondo inconveniente meccanico di giornata: mi si blocca il pedale sinistro, non gira più. Arrivo in cima alternando tratti a piedi a buffe pedalate mono-piede, con la gamba sinistra sollevata. Cerco subito un'officina meccanica, ma improvvisamente il pedale si sblocca. Mi tuffo in discesa come un kamikaze, ed è veramente un peccato non godere della sublime bellezza dell'abetaia che si attraversa, ma a Silla c'è l'amico Federico Lenzi che mi aspetta a casa sua, ed è già molto tardi. C'è ancora un passo da superare, l'Oppio (821 m slm): anche se ora posso pedalare con entrambe le gambe, si tratta comunque di una salita abbastanza impegnativa. Scollino attorno alle 20. La discesa verso Porretta e Silla, complici i colori del tramonto, è davvero magnifica. Giungo a Silla che è quasi buio.

TAPPA N° 8 - Castelfiorentino, km. 124,5
In mattinata Federico mi accompagna in un bel bosco, dove sono state girate pochi anni prima alcune scene del film di Pupi Avati "Una gita scolastica". Dopo una tonificante passeggiata, si torna a Silla, e io riprendo la bici alla volta della Serra del Zanchetto (900 m slm). Bel posto, peccato per la foschia piuttosto densa. Discesa verso Prato, e da qui in pianura per Campi Bisenzio, Empoli, fino a Castelfiorentino. Come si può facilmente notare, nel mio modo di viaggiare la componente ciclistica è ancora nettamente preponderante rispetto alla parte turistica. Sto imparando, e nel periodo di tempo che mi separa dal viaggio successivo maturerò una nuova concezione, molto più equilibrata, di "Ciclogiro clodiano".

TAPPA N° 9 - Cortona, km. 132,5
La statale fino a Poggibonsi è bella ma parecchio trafficata. Ancora più bella, e poco trafficata, la strada che sale fino a Castellina in Chianti. Proseguo poi per Radda e Castelnuovo Berardenga. Il paesaggio è magnifico, il clima assolutamente ideale. E non c'è traffico. Poco dopo Castelnuovo mi inserisco nella statale 326, sempre molto bella, ma decisamente più trafficata, e con l'inconveniente di un manto stradale appena rifatto, col pietrisco che si appiccica alle gomme e le incolla all'asfalto. Cerco di salvare da morte sicura un magnifico, enorme lombrico blu a pallini verdi che si era messo in testa di attraversare questo stradone a 4 corsie incurante del traffico e della propria lentezza. Sono arrivato tardi. Non ho mai più visto un lombrico così bello. Arrivo in beata spensieratezza a Camucia, frazione di Cortona giacente ai piedi di quest'ultima.

TAPPA N° 10 - Gubbio, km. 81
Di prima mattina salgo a Cortona, che è immersa in un'afa spaventosa. La città pullula di turisti, forse c'è un mercato. Fatto sta che non si riesce nemmeno ad entrare, sicché me ne vado immediatamente, dirigendomi verso Portole (824 m slm) e il Passo della Cerventosa (742 m slm). E' una strada molto panoramica e assai tranquilla, ma c'è davvero troppa foschia perché si possa apprezzare il paesaggio. L'itinerario, dopo la discesa ad Umbertide, si conclude a Gubbio, dove arrivo a metà pomeriggio. Ricordo di aver trovato Gubbio bella ma poco emozionante, come pure ho scritto nel mio diario. Ma ero giovane e inesperto, e pensavo ancora troppo a pedalare, e troppo poco a cogliere i frutti di quelle fatiche.

TAPPA N° 11 - Todi, km. 98
Mi dirigo verso sud per la statale 298, che sale fino a oltre 650 metri di quota, sospinto da un apprezzatissimo vento a favore, in un ambiente naturale assai gradevole. Aggiro Perugia dalla parte orientale, e passando per Marsciano e Fratta Todina giungo a Todi molto presto, nel primo pomeriggio. Nel mio diario scrivo che Todi delude le mie aspettative. Ma ero proprio stupido, allora!

TAPPA N° 12 - Norcia, km. 115
Da Todi si prende la cosiddetta strada dei Monti Martani, che passa per Bastardo (dal nome di un brigante) e conduce a Montefalco. Le dolcissime ondulazioni, l'aria tiepida, la vista degli sterminati campi di girasoli, rendono questo percorso, risparmiato dal traffico, ideale per la bicicletta. Nel mio diario scrivo anche che Montefalco è carina, ma "in fondo tutte queste cittadine medievali dell'Italia centrale sono un po' tutte uguali". Stento a credere che fossi proprio io a scrivere una sciocchezza simile. Scendo verso Trevi e la Flaminia in preda a un violentissimo vento contrario, che mi costringe a pedalare in discesa per non fermarmi. Sulla Flaminia, che costeggia le Fonti del Clitunno e mi porta a Spoleto, fa un gran caldo. E per di più tira ancora un vento molto forte, decisamente contrario al senso di marcia, e disgustosamente bollente. A Spoleto non mi fermo neanche un minuto, essendoci stato soltanto pochi mesi prima (ma oggi riterrei insufficiente una giustificazione simile), e salgo verso la Forca di Cerro (734 m slm), che è una salita piuttosto facile. Finale in discesa praticamente fino a Norcia.

TAPPA N° 13 - L'Aquila, km. 108,5
Il montaggio dei bagagli sulla bicicletta è un'operazione non sempre comodissima che richiede un po' di tempo. Davanti all'albergo di Norcia un gatto è stato lì a guardarmi tutto il tempo, e al termine di ogni singola operazione, quasi che la bestiola comprendesse l'intimo ritmo di quel lavoro, distoglieva lo sguardo dalle borse e mi fissava con aria interrogativa, come a dire: "Ma che cosa stai facendo? Non ho mai visto nulla di simile". Mi ha quasi messo in imbarazzo. Poi è arrivata la sua padrona e mi ha confermato che era un "gatto osservatore". Gli animali solidarizzano volentieri con il cicloturista, ma provano ostilità nei confronti del mezzo meccanico, a causa degli ultrasuoni che produce quando è in marcia. Sono abituato a sentire i cani abbaiare al mio passaggio, soprattutto quando non mi vedono perché sono rinchiusi, e a udire il canto del gallo in qualsiasi momento della giornata.
Da Norcia si sale fino a Forca Canapine (1541 m slm), per una bella strada panoramica. Ad Amatrice sono arrivato leggermente troppo tardi per meritarmi una bella amatriciana (nel senso gastronomico). Proseguendo per la statale 260, piacevolmente ondulata, si raggiunge L'Aquila.

TAPPA N° 14 - Ascoli Piceno, km. 125
Nel percorrere gli ultimi chilometri della tappa precedente mi ero accorto che il copertone anteriore aveva un bel buco, attraverso il quale si poteva ammirare la camera d'aria pronta a subire l'onta di una facile foratura. Ho lasciato L'Aquila da una dozzina di chilometri quando l'inevitabile si compie. Ovviamente oltre alla camera d'aria cambio anche la copertura. Dalle parti di Assergi ci sono circa 6 km di salita non facilissima, e oggi le gambe non girano. Ma non appena si imbocca la strada provinciale di Vasto, la salita termina. Niente traffico, mucche in mezzo alla strada. Un vitello vedendomi sopraggiungere si mette a galoppare in preda al terrore. Mi dispiace, poverino, ma non so come si tranquillizzano i vitelli. La strada torna a salire lentamente fino a 1455 metri, per poi scendere ai 1299 m del Passo delle Capannelle. Piove un po', e fa quasi freddo. Passando per Montorio, giungo a Teramo, che mi limito a osservare da lontano. E' in bella posizione, ma in quel momento mi dà l'impressione che non valga la pena entrarci (ma cosa posso capire io). Il cielo è sempre imbronciato, e a tratti manda giù qualche goccia. La strada che unisce Teramo ad Ascoli è caratterizzata da saliscendi piuttosto serrati, e il clima cupo lascia solo intuire la bellezza di quella regione collinare. Arrivo ad Ascoli evitando di stretta misura un grosso temporale.

TAPPA N° 15 - Jesi, km. 131
Alla partenza c'è il sole, ma ben presto il cielo si copre di nubi, e lungo la salita che porta ai 730 metri di un colle senza nome si mette a piovere. Fino a Sarnano la strada è scossa da un'implacabile sequenza di saliscendi, poi si appiattisce, mansueta ma anonima, conducendomi senza tante storie fino alle porte di Macerata. Qui si scatena un temporale al quale assisto al riparo di una fermata d'autobus. Non appena smette, riprendo la marcia, ma ricominciano anche i saliscendi, una specie di ascensore impazzito. Le Marche sono fatte così. A pochi chilometri da Jesi, si scatena un vero nubifragio. Non posso fermarmi, perché l'unico riparo è offerto da alcuni alberi, e con un temporale in corso non è il caso di ricorrervi, però la strada è in discesa, ed è ridotta a un torrente in piena, e i freni non tengono più. Con le leve dei freni tirate a più non posso, i due piedi striscianti sull'asfalto, e nonostante ciò correndo parecchi rischi, riesco a raggiungere incolume le prime case di Jesi, dove poco più tardi trovo un albergo.

TAPPA N° 16 - Faenza, km. 181
Quando si è in giro in bicicletta, e il clima è così ostile, si vorrebbe tanto essere già a casa. Dalla finestra della mia camera, appena alzato, guardo il cielo verso l'entroterra. E' nero. Invece verso il mare è azzurro, e quindi la decisione è presa: si va al mare. Da Jesi alla costa, e poi fino a Pesaro, il vento è contrario. Dopo si calma un po', e riesco ad arrivare fino a Faenza senza dannarmi troppo.

TAPPA N° 17 - Mantova, km. 179
Ormai sono orientato verso casa, e le tappe di trasferimento si susseguono allo scopo di avvicinarmi il più velocemente possibile a Milano. In questi due giorni, lungo gli interminabili rettilinei di pianura, ho visto i segni di almeno due incidenti gravissimi, con auto distrutte, e feriti riversi sull'asfalto. Non è civiltà, questa. Un conto è soccombere alle forze della natura, ma costruirsi il pericolo con le proprie mani per assecondare un malinteso spirito di libertà mi sembra un segno di follia.

TAPPA N° 18 - Milano, km. 158
Dopo un'altra tutto sommato insignificante galoppata in pianura, rieccomi a casa. Avrò imparato il vero significato del viaggiare in bicicletta? Mi concederò una pausa per pensarci bene. Ho percorso 2182 chilometri, in media oltre 121 al giorno, e mi dico che sono troppi per l'idea di cicloturismo che sta maturando nella mia mente.

 

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